La Basilicata ha vinto ma l’Italia non ancora. Le scorie non finiranno, almeno per il momento, a Scanzano Jonico. Le proteste sollevate dalla popolazione lucana hanno costretto il Governo a fare marcia indietro. Con il decreto del 27 novembre 2003 il comune in provincia di Matera non è più il sito designato a ospitare il materiale radioattivo residuo da tutta l’Italia. Ma il problema dello smaltimento dei rifiuti contaminati rimane. Benché l’Italia abbia rinunciato dal 1987 all’energia nucleare, ogni anno, da laboratori di ricerca, ospedali e industria, vengono prodotte nel nostro Paese 500 tonnellate di scorie radioattive, che si vanno ad aggiungere a quelle derivanti dalle ex centrali. Questo materiale, per un totale di 80 mila metri cubi, è momentaneamente alloggiato in depositi superficiali non protetti e poco sicuri, e da qui nasce il bisogno di costruire un sito unico di deposito sotterraneo.

Perché la scelta era caduta su Scanzano? Il luogo era stato suggerito dalla Società Gestione Impianti Nucleari (SOGIN), ex società ENEL ora del Ministero del Tesoro. Questa, incaricata dello smaltimento del materiale nucleare dal Governo, è arrivata all’individuazione del sito dopo due anni di analisi, ricerche e riflessioni, e dopo aver preso visione degli studi minerari condotti nella zona fin dagli anni Settanta. Dalle perizie si deduce che il quadro geologico della zona è particolarmente adatto a ospitare scorie radioattive, sia per la stabilità sia per la conformazione. A 600 metri nel sottosuolo si alternano strati di argilla compatta e salgemma (che garantiscono l'assenza di acqua, aspetto fondamentale per la scelta del sito), fermi da sei milioni di anni. Questa rara struttura è la più adeguata allo stoccaggio ed anche il sito individuato negli Stati Uniti per lo stesso scopo presenta identiche caratteristiche.
E allora perché tante proteste? Scanzano è veramente il «sito migliore possibile» come dichiarato dalla SOGIN? A sentire le obiezioni che sono seguite alla decisione del Governo sembra proprio di no. Le riserve maggiori arrivano dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) di Bari, che da anni conduce studi nella zona con il finanziamento dell’Unione Europea. «Quello di Scanzano non è un sito adeguato. Il presupposto per poter sistemare un carico di rifiuti radioattivi è che né scosse sismiche né altri tipi di movimenti debbano mai verificarsi», ma tutti i comuni della Basilicata rientrano in aree a vario rischio sismico. Inoltre, sottolinea l'IRPI, anche dal punto di vista idrogeologico l’area non è affatto sicura: le osservazioni mostrano che «con cadenza quasi decennale quella zona è oggetto di alluvioni». E, come se non bastasse, la veloce erosione della costa ionica rende la zona instabile. Tutto questo contrasta pesantemente con l’identikit, fatto dalla SOGIN nel giugno 2003, del “cimitero delle scorie italiane” che tra le altre cose doveva essere «non sismico, con terreno stabile e non soggetto a inondazioni».
Anche il WWF denuncia, sul proprio sito Internet, la superficialità degli studi condotti: «Occorrono studi sulle alluvioni e sulla sismicità più approfonditi di quelli attualmente a disposizione. In altri Paesi gli studi sono durati per un quarto di secolo e si impiegano decenni di lavori in situ prima di concedere il benestare: come si pensa da noi di farlo in pochi mesi?». Anche Legambiente e Greenpeace hanno fatto sentire la propria voce, evidenziando la mancanza di un’analisi di impatto ambientale. A pochi chilometri da Scanzano esistono tre parchi naturali di interesse mondiale, e il vicino tratto di mare è l’unico rimasto in tutto il Mediterraneo a essere abitato da tartarughe marine e, in alcuni periodi, dalla foca monaca. Inoltre la denuncia che viene fatta da più parti è la mancanza di trasparenza. Gli studi riguardo al sito dovrebbero essere condotti da enti svincolati da qualsiasi rapporto sia con i produttori di scorie sia col potere politico. La SOGIN, invece, come si è detto è controllata dal ministero del Tesoro e il suo vicepresidente, Paolo Togni, è anche capo di Gabinetto del Ministero dell’ambiente. A questo punto tutto è fermo e per capire che fine faranno le scorie bisognerà aspettare lo studio della commissione di quattordici esperti, scelti in massima parte dal Governo. Entro l’inizio del 2005 dovranno fare quello che non è riuscito alla SOGIN: scegliere un sito di stoccaggio che metta d’accordo scienziati, ambientalisti, ministri e popolazione.
Moreno Strazza
Le scorie si suddividono in tre categorie, in base al tempo necessario affinché la radioattività scenda a livelli non nocivi. Quelle di prima e seconda categoria sono a bassa e media radioattività, e comprendono indumenti e parti strutturali contaminati. Le prime hanno una carica radioattiva che si esaurisce in poche decine di anni, mentre quella delle seconde può durare fino a tre secoli. Le scorie di terza categoria sono ad alta radioattività e derivano dall’impiego come combustibile nelle centrali nucleari di isotopi radioattivi, dal loro riprocessamento (procedimento con cui uranio e plutonio vengono separati dalle scorie per essere utilizzati nel reattore) e dall’uso in radioterapia. La loro radioattività dura a lungo: 432 anni per l’americio 241, 24 mila anni per il plutonio 239, 211 mila anni per il tecnezio 99, più di 2 milioni di anni per il nettunio 237.
Per lo stoccaggio delle scorie di prima e seconda categoria esistono due tipi di deposito. In quello superficiale le scorie sono annegate nel cemento all’interno di bidoni ermeticamente chiusi, immersi nella malta a formare delle unità, i moduli, delimitate da un involucro di cemento armato. Queste sono sommerse in materiale inerte a formare celle delimitate da pareti in cemento armato e ricoperte da uno spesso strato di terra. In quello subsuperficiale le scorie sono trattate nello stesso modo ma poste a una profondità di 50 metri. Le scorie di terza categoria sono annegate in matrici di vetro all’interno di grossi container inseriti in contenitori d'acciaio detti “cask” e stoccate in gallerie a una profondità di almeno 300 metri. I requisiti essenziali del sito sono l’assoluta stabilità sismica e l’isolamento da eventuali falde acquifere circostanti.

Gianluca Fontana
L'Unione Europea affida agli Stati membri la gestione delle scorie radioattive, limitandosi a regolarne alcuni aspetti, come il loro trasporto interno alla Comunità. È inoltre vietata l’esportazione delle scorie e di altri rifiuti pericolosi dall’Unione europea verso gli oltre cento Paesi firmatari della Convenzione di Lomé. Questo divieto è stato la risposta al timore degli Stati dell’Acp (Paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico) di diventare la discarica dell’Europa. Nel nostro continente esistono due impianti per il riprocessamento del combustibile esausto a elevata radioattività: La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra. Qui le scorie provenienti dai reattori nucleari europei sono dissolte e separate in uranio, plutonio e soluzioni altamente radioattive. Questo trattamento permette di riciclare il 97% del combustibile, lasciando solo il 3% di scorie. L’uranio e il plutonio recuperati sono rispediti alle centrali di provenienza per essere utilizzati nuovamente come combustibile, mentre le scorie rimanenti devono essere stoccate.

Finlandia e Svezia sono esempi di gestione responsabile delle scorie. La loro legislazione prevede che le scorie non possano essere né importate né esportate: riprocessamento e stoccaggio avvengono al loro interno. La maggior parte degli altri paesi dell’Unione, invece, pur possedendo legislazioni che vietano l’ingresso di rifiuti radioattivi stranieri, generalmente non ha divieti riguardo all’esportazione per lo smaltimento e lo stoccaggio. Come l’Italia, in Europa anche Austria, Danimarca, Olanda, Portogallo, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Spagna e Svezia hanno scelto di non produrre energia con centrali nucleari. La Germania ha rinunciato al nucleare nel 2000: per ognuna delle 19 centrali atomiche tedesche è stata stabilita una durata di 32 anni dall’entrata in funzione, dopodiché verranno smantellate. Nel 2002 anche il parlamento belga ha deciso la chiusura dei suoi sette reattori entro il 2025.
Contrariamente a questa tendenza, la Russia ha deciso di incrementare la produzione di energia nucleare con 50 nuovi reattori, per una spesa complessiva di nove miliardi di dollari. Per trovare i fondi necessari alla loro costruzione, nel 2000 la Duma ha deciso di permettere l'importazione di scorie radioattive e combustibile irraggiato dietro pagamento, nonostante il parere contrario del 90% della popolazione. Purtroppo gli impianti russi per lo stoccaggio e il riprocessamento delle scorie radioattive non sono conformi agli standard di sicurezza dei Paesi occidentali. Basti pensare all'impianto di Mayak, negli Urali, che è il più grande complesso di riprocessamento al mondo e ha una storia costellata di disastri nucleari e scandali sanitari che hanno reso la zona una delle più contaminate del pianeta.
Daniela Guenzani
11 giugno 2004